Il Natale restringe il vocabolario

Non mi esprimerò qui in una filippica su quanto consumista sia questa festa e quanto poco senso abbia fare i regali a comando, sgomitando nella folla e correndo di tempio in tempio (dello shopping). Né mi metterò a disquisire sull’ipocrisia del “siamo tutti più buoni” e sul valore religioso della festa, argomento che non mi trova molto interessata e che non condivido. Né, ancora, parlerò dell’adorazione del dio denaro che si celebra puntualmente in questi giorni e che siamo tutti bravissimi ad insegnare alla nostra prole, la quale potrà allegramente continuare la tradizione. Né (è l’ultima) mi lancerò in un’arguta critica gastromonetaria alle ricette delle feste e al valore artistico degli addobbi. Parlerò del vocabolario natalizio. Non ho fatto gli “auguri di Natale” a nessuno, ma naturalmente questo non significa che non ne riceva. Sono sempre maledettamente uguali: il vacabolario che sfoggiano è degno solo del bambino svogliato seduto in fondo alla classe a cui si richiede di fare un tema sull’argomento. Di solito si va per una di queste:

  • Sereno Natale a te e bla bla
  • Buon Natale a te e bla bla
  • Auguri di un felice Natale a te e bla bla

Manca solo “gioioso” e avremmo completato la sfilza di buoni sentimenti da libro Cuore. Tra l’altro “sereno” e “felice” suonano proprio da libro stampato, o da cartolina, di questi tempi. Nessuno, a meno di avere 100 anni e una formazione risalente al pre-guerra, saluterebbe oggi qualcuno con “Felice giornata!”, “Sereno risveglio!”.

Il “bla bla” che segue l’augurio è costituito a turno da i tuoi cari (che pure non scherza in quanto a connotazione da libro stampato e contiene in più l’ipocrisia di chi non si sforza di pensare a chi vorrebbe effettivamente indirizzare l’augurio, racchiudendoli tutti sotto un’unica, vuota, parola) o la tua famiglia (più comune, forse). Comoda scelta quando non si conoscono i nomi oppure si vuole evitare di mandare auguri personali. Nella terza formula si nota l’audace scelta di giustapporre l’augurio stesso con la parola che lo descrive, scelta che può naturalmente caratterizzare le precedenti formulazioni alla stessa stregua.

Ora, sorvoliamo sul fatto che non capisco che senso abbia fare gli auguri per una giornata, esprimendo all’altro la propria speranza che quel giorno sia “buono” (e gli altri giorni no? solo perché questo si chiama Natale mi stai augurando che sia “felice”?). Almeno gli auguri di compleanno inglobano tutto l’anno a venire, sono a lunga conservazione, e si rinnovano immediatamente allo scadere dell’anno stesso, quindi uno è sempre coperto. Stessa cosa dicasi per quelli di buon anno nuovo.

Dopo aver sorvolato, appunto, notiamo che nelle tre forme sopra elencate si fa uso di 3 aggettivi differenti per descrivere lo stesso sentimento. 3. Né di più né di meno. Ora, 3 sinonimi per uno stesso concetto sono un po’ pochini, specie se si tratta di descrivere uno stato d’animo localizzato nella sfera della positività.

Ad essere più arditi delle frasi fatte, e a mostrare un po’ di creatività, potremmo impiegare altri aggettivi quali lieto, gaio, allegro (che è già di registro inferiore e quindi probabilmente non viene percepito come adeguato alla solennità della celebrazione), fausto (che è invece di registro superiore e quindi non siamo sicuri che venga compreso, non sia mai che “Fausto Natale” venga scambiato per una coppia di nomi propri, o, peggio, di nome-cognome).

Per altre possibilità di consulti il dizionario dei sinonimi e contrari.

Spostandoci però ad una sfera affine ma che includa anche la dimensione ludica, troviamo tutti gli aggettivi semanticamente vicini a divertente, a gradazione crescente: ameno, dilettevole, sollazzevole, spiritoso, e, infine, spassoso, se proprio si tratta di una gioia incontenibile. Probabilmente questi qui non vengono adoperati proprio a causa del loro profilo, che come abbiamo detto sta a rappresentare la dimensione del gioco, del divertimento, dello spasso. Evidentemente non è ammissibile, nella morigeratezza che il Santo Natale richiede, parlare della giornata come di un momento di ricreazione. Ammissibilissimo è invece dare fondo alle scorte dolciarie, ingurgitare calorie che basterebbero per 5 giorni e scambiarsi doni costosi per il timore di apparire di manica corta. Si sa che tra il dire e il fare c’è di mezzo il vocabolario, che ci ricorda quali parole usare per poter fare la nostra buona parte nel circo di ipocrisia delle feste natalizie. Descrivere le cose per quello che sono romperebbe la tradizione. A essere onesti dovremmo infatti augurare un Natale spendereccio, ingordo, e forse anche bugiardo.