Storia di una ladra di libri, di Markus Zusak

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Ho letto questo libro in italiano in quanto mi è stato regalato tradotto (l’autore è australiano, quindi sto implicitamente assumendo che l’originale sia in inglese). Di solito la mia politica è molto semplice: se si è in grado, è meglio leggere l’originale che una traduzione.

Ammetto di avere la spocchia nei confronti di robe popolari: best-sellers nel caso di libri, film che incassano molto, show che piacciono a “tutti”. Deve essere un meccanismo di difesa dalle grosse delusioni di cui è pieno il mondo delle cose che vanno per la maggiore. Quindi, di solito evito. Anzi non ci presto nemmeno attenzione. Fosse stato per me, questo libro non l’avrei mai comprato né chiesto in prestito. E non mi sarei nemmeno andata a leggere qualche recensione.

Fatto sta che l’ho ricevuto per regalo lo scorso mese (precisamente il 30 gennaio) e avrò finito di leggerlo attorno al 10 febbraio. Appena scartato il regalo, qualche parte della mia memoria ha risposto al titolo del volume: deve essere che le cose popolari proprio ti ci si incastrano dentro anche se non ammesse. Comunque, la copertina è orrenda (la foto è un disperato tentativo volto ad evitare di mostrare l’editore e la scritta “Un grande film Twentieth Century Fox”), ha i colori di quegli sceneggiati per pre-adolescenti con immagini dall’illuminazione irrealistica e capelli sempre pettinati.

Dovevo prendere un aereo. Ho deciso di dare al libro un’occasione, mossa soprattutto dalla gratitudine verso chi me l’ha regalato, che è andato a scegliere una cosa che potesse piacere al mio gusto difficile, ed è andato a cercare questa cosa in un posto dove di librerie ce n’è una sola e malamente fornita. Comunque, ho iniziato a leggere in aereo e ho constatato che a metà della tratta ero già ad un rispettabile numero di pagine consumate, mi stava piacendo. E alla fine della fiera devo dire che mi è piaciuto molto, è stata una lettura molto gradevole, più che gradevole. Tra l’altro era veramente da un bel pezzo che non leggevo cose contemporanee che non fossero saggi.

Veniamo però al punto. Si tratta di un testo sul nazismo, siamo nella Germania di Hitler e si parla di una ragazzina la cui vita è strettamente intrecciata con “la grande storia” che la circonda. Fin qui niente di nuovo, ce ne saranno molti di romanzi sul tema. La storia è narrata da un personaggio fuori scena, la cui identità non voglio svelare, e lo stile è piuttosto asciutto e privo di eccessivi coinvolgimenti emozionali. La storia di per sé non è peculiare, ce ne saranno state migliaia di storie simili, ma la prospettiva adottata è interessante perché, oltre ad essere del tutto esterna (dicevo della voce fuori campo) è anche tranquillamente distaccata. Devo dire che la traduzione italiana mi pare un po’ affettata, almeno in qualche punto. Quello che mi è rimasto impresso è questo punto: la ragazza sta giocando a pallone, cade e si sbuccia un ginocchio. Un tizio osserva la scena e quando incontra la ragazza poco più tardi la chiama fanatica del pallone. Ora, uno che gioca a pallone in modo occasionale e per gioco non è un fanatico, non mi sembra proprio l’aggettivo adatto. Al massimo sarà una giocatrice di pallone. Non so però quale sia l’originale, magari sarà la stessa cosa.

Comunque, il libro narra una storia, come ogni buon romanzo, e a tutti piacciono le storie. Il testo è un’interessante aggiunta alla narrazione di questo grande dramma che ha insanguinato il Novecento ed ha il pregio di essere adeguato ad un pubblico vasto, sia in cultura che in età. Il punto di vista distaccato permette a chi legge di osservare la tragedia nella sua crudezza e senza un effimero innamoramento per il personaggio, cosa che tende spesso ad offuscare la cornice essenziale di una storia (il contesto storico, in questo caso) in favore della vicenda privata. In molti casi infatti, ho l’impressione che alla gente quello che interessi di più sia la storiella particolare immersa nel grande sfondo a cui si dà poco rilievo. Ed è forse questa parte del motivo per cui mi allontano come se avessi l’orticaria da cose che suonano popolari.

Lungi dall’essere importante come altri testi sull’argomento, naturalmente, questo libro è però capace di risultare estremamente accessibile (a tutti, ripeto) e gradevole. La storia non è fluida nel suo svolgimento ma il modo in cui è narrata tiene chi legge attaccato alle pagine e desideroso di leggerne ancora. Non si fa alcuna riflessione sul “male”, su questa caratteristica umana di cui vorremmo spesso negare l’essenza puramente intrinseca. Non si esprimono giudizi, né sulla storia particolare né su quella di fondo. Non si dà enfasi alla tragedia emotiva, non si cede a piagnistei e in diversi punti si entra nella mente del personaggio senza invadenza e senza pretesa di farne parte. Si osserva e si riportano i fatti della vita di una ragazzina tedesca durante la stagione nazista, nella sua normalità. La normalità che non era affatto normale, ma che viene riportata come tale, in quanto se uno cresce in una certa situazione storica, valuterà come normale quello che solo dopo avrà il tempo di essere chiamato diversamente.

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